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05 | 07
La Casa dell'Accademia a Mendrisio.
Andrea Casiraghi

A chi vi giunge col treno non si può dire che Mendrisio mostri il suo volto più interessante. Al lato opposto di un'anonima via di traffico che costeggia la linea della strada ferrata un fronte eterogeneo di edifici diversamente alti, animati da intenzioni e ambizioni di epoche diverse, ci ricordano quanto anche il caso e gli alti e bassi delle fortune economiche di un luogo oltre che le "Ausnutzungsziffern" siano protagonisti dell'immagine di quella nostra patria artificiale che é il territorio costruito.
All'interno dei locali pubblici nei quali possa capitare di entrare per caso si ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa che é rimasto troppo a lungo com'era, un pò orfano di prospettive che potessero guidare la sua evoluzione da una qualche parte; un impressione malinconica di decoro sul punto quasi di venire a meno riveste come una sottile patina l'ambiente che osserviamo.
Mendrisio ha avuto una inaspettata fortuna quando oltre dieci anni or sono Mario Botta con l'intelligente lungimiranza della quale é capace diede avvio all'impresa non facile, forse per altri impossibile, di promuovere e poi fondare una nuova Scuola di Architettura di lingua italiana che proprio qui, all'estremo sud della Confederazione doveva poter offrire una istruzione superiore tanto ai giovani svizzeri che l'avessero desiderato quanto ai numerosi stranieri che da diverse parti del mondo, non ultima l'Italia, l'avessero scelta per formarsi come architetti. Col successo di questa iniziativa oltre che colmarsi un vuoto nel sistema dell'istruzione superiore della Confedrazione, un'inattesa cornice dorata veniva ad inquadrare l'atmosfera da tempo sospeso precedentemente descritta. Un piccolo paese  veniva ad acquistare un nuovo impulso e nuove opportunità.
 
Superata quella prima facciata poco promettente che offre al visitatore che giunga col treno, Mendrisio rivela belle sorprese, un nucleo antico ed assai nobili edifici. E proprio in alcuni tra i più notevoli della metà dell'ottocento, la Villa Argentina dell'arch. Antonio Croci e l'ex Ospedale della Beata Vergine dell'arch. Luigi Fontana, la Scuola di Architettura ha stabilito la sua importante sede. Ad essi ha aggiunto via via nuovi pezzi, la biblioteca di Aurelio Galfetti ed il Palazzo Canavée di Patrick Zurkirchen e Amr Soliman. Oggi infine, a pochi minuti di cammino, la Casa dell' Accademia per gli studenti.

Carola Barchi, Jachen Könz e Ludovica Molo sono architetti quarantenni, attivi nel ticino. I loro curriculum sono diversamente legati a questa terra. Barchi e Molo per nascita mentre Könz, grigionese, dopo avere conseguito il dploma all'ETH ed un avvio professionale a Barcellona nell'epoca del suo importante rinnovamento urbano, ha fissato a Lugano il suo atelier. Ex collaboratore di Aurelio Galfetti, é stato responsabile della coordinazione e della realizzazione del campus dell'università di Lugano. Carola Barchi laureatasi all'EPFL con Luigi Snozzi, ha svolto la sua attività professionale indipendente collaborando in diverse occasioni con Aurelio Galfetti; Ludovica Molo, la più giovane, si é laureata all'ETH con Flora Ruchat ed é stata assistente presso la EPFL, e di Kennett Frampton all'Accademia di Mendrisio.

Il bell'edificio che Werk Bauen Wohnen presenta nella pagine che seguono é stato terminato da pochi mesi, dopo una lunga gestazione e delle singolari vicissitudini.
Almeno due fatti singolari caratterizzano la storia dello sviluppo di questa architettura. La prima é la data della sua concezione che risale al 1998. La seconda é il fatto che il progetto di concorso venne concepito per un altro luogo, diverso da quello nel quale lo vediamo oggi. Ne riferiremo sommariamente i passaggi.
 
Con l'idea di realizzare una Casa della Studente una Fondazione istituita allo scopo decise di promuovere un concorso tra i giovani architetti Assistenti dell'Accademia, col lodevole fine di promuovere le nuove generazioni offrendo loro una eccellente occasione di confronto e l'opportunità di una esperienza professionale. Il lavoro redatto da Carola Barchi e Ludovica Molo ne uscì vincitore.
Per diverse vicende che qui non viene strettamente al caso di riferire, il terreno inizialmente destinato ad accoglierla non fu però ad un certo punto più disponibile. L'idea di relizzare l'edificio rimase tuttavia viva e considerata degna di essere perseguita.

Il terreno giudicato adatto a ricevere quel progetto che aveva convinto la Giuria per la solida chiarezza della sua concezione venne individuato in una parte dell'ampio recinto della Organizzazione Socipsichiatrica Cantonale. Esteso su una grande superfice contiene più padiglioni di epoche diverse in un parco generoso strutturato con viali e grandi alberature. Dalla parte in cui questa proprietà si affaccia sulla strada venne individuta un area che poteva ben ospitare la nuova architettura. Il terreno é in declivio verso Nord con una pendenza di c.a. il 25% corrispondente a quella del terreno per il quale il progetto era stato in un primo tempo concepito. A Nord, il punto più basso in quota, è delimitato dalla via Agostino Maspoli mentre a Sud il culmine della collinetta é segnato dalla presenza di una chiesa dei primi del novecento che domina sul resto. Lungo la stessa via si affacciano anche la scuola media degli anni `60-70 ed il liceo degli anni ottanta.

Con il loro edificio gli architetti avevano risposto, benché in un altro luogo, in modo chiaro al problema esposto nel bando di concorso di creare un complesso edilizio adatto a ricevere circa 70 ospiti e dotato di spazi associativi.

Forse é un caso o forse no che ai chiari principi classici della composizione architettonica sui quali si fonda la concezione della sua forma, siano stati fedeli giovani architetti attivi nel ticino  ma é quasi inevitabile ricordare quello che l'architettura di questo cantone della svizzera é stata ed ha rappresentato, non solo a livello nazionale, nel periodo degli anni 70-80 quando la nozione di tipo aveva acquistato una sorprendente centralità intellettuale (1). Chi ritiene che istituire un certo legame di parentela con alcuni esempi del passato possa aggiungere qualcosa alla realtà di un edificio del presente sarebbe tentato di ricordare le case di ringhiera così tipiche dell'area lombarda (ma non solo) che caratterizzano a Milano p.es. gli isolati intorno ai navigli. Ma tutto quanto vi era di pittoresco, miserabile e segregato in questi ghetti della classe lavoratrice ora recuperati ad uso delle classi più agiate, é qui trasformato in generosità di spazio e di luce e nella confortevole sensazione di abitare in una bella casa.

Il programma per la casa dello studente viene organizzato in due corpi paralleli profondi 9.20, serviti da un ballatoio a sbalzo, in beton precompresso di 2.80m. Sono posti uno di fronte all'altro, ad una distanza di 15m. specchiati di una simmetria imperfetta (uno ha l'ascensore e l'altro no, uno ha il bar dove l'altro ha il deposito delle biciclette).
I corpi sono disposti perpendicolarmente alla via Agostino Maspoli, arretrati dal filo stradale di 10 m (la torre delle scale) e 15 m. (la testata cieca dei corpi). Si sviluppano in profondità contro un terreno le cui curve di livello hanno la direzione principale ruotata di 45° rispetto alla strada e dunque alla due "stecche". Hanno ciascuno 4 piani fuori terra (EG+ 3 mal OG.).
A causa della conformazione del terreno il piano tipo non si ripete identico ed ogni piano é più lungo del sottostante. Lo spazio che viene così definito dai due corpi giustapposti é di grande qualità. Le regolari ed ordinate facciate con le aperture binate delle camere che vediamo per prime quando ci avviciniamo all'edificio, ci parlano di una anonimità che non lascia presagire la sorpresa di questo spazio che si può pecepire inaspettatatmente solo quando si é prossimi all'edificio; questa corte aperta sulla strada e senza fondo costruito é per così dire il suo volto inatteso, l'immagine che identifica la casa dello studente. Il fitto e serrato ritmo delle ringhiere dei ballatoi inquadra come in una scena di teatro il "pavimento" in salita costituito dal manto erboso, perfettamente curato, che accentua l'effetto prospettico della profondità. La scultura di candido beton dell'artista Chiara Dynys sottolinea il significato speciale di questo spazio non tanto "ritagliato" dal paesaggio, quanto piuttosto inventato là dove non ci sarebbe mai stato se non ci fosse stata questa architettura.

La pianta di ognuno dei corpi é ottenuta dall'ortodossa e razionale applicazione di un rigoroso principio additivo che inizia dall'esatta definizione dell'unità elementare o della stanza, larga quanto un letto con l'aggiunta dello spazio per circolare (3 m.) A due stanze corrisponde un bagno comune ed a quattro un grande soggiorno di 12m di facciata. Dalla periferia allo spazio centrale (stanze, servizi, soggiorno, ballatoio, corte) la pianta acquista per strati succesivi gradi via via crescenti di öffenlichkeit.

Per accedere dalla strada alla quota di ciascuno dei ballatoio ci si può servire delle scale in testa ai corpi, oppure salire le rampe adagiate sul declivio. Giunti in quota ci viene offerta la percezione della luce al di là del corpo di fabbrica, interrotto e reso attraversabile con la vista là dove i due lati simmetrici sono legati da un percorso orizzontale sul terreno.
Va davvero segnalata la qualità del semplice fatto necessario e funzionale di raggiungere comodamente il proprio appartamento che si trasforma in una gradevole sensazione percettiva, prima del prato verde che abbiamo davanti a noi mentre risaliamo il pendìo e poi e poi dell'inquadratura fissa, come quella che ci offrirebe un pittore, del prato illuminato al di là del cono d'ombra che continua ininterrotto dalla corte oltre la corte.

1 Martin Steinmann, Wirklichkeit als Geschichte. Stichworte zu einem Gespräch über Realismus in der Architektur in: "Tendenzen. Neuere Archtektur im Tessin", ETH Zürich, 1975.

Aus der Ausgabe 05-2007

 


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